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Cosa ci facciamo con i resti
15
Mag
2026

Cosa ci facciamo con i resti

La prima volta che sono uscita dalla mia casa di sempre, con le chiavi di una casa nuova, con una cassetta della posta diversa, non ho dovuto imparare solo un altro indirizzo e mettere alla prova il mio senso dell’orientamento difettoso, ho puntato il mio occhio anche sul modo di trattare i rifiuti. Infatti, una cosa che mi piace sempre notare quando attraverso un luogo nuovo, sono i cestini in giro per piazze e marciapiedi, i bidoni della spazzatura, come sono fatti, quanti sono, dove. Ogni centro abitato ha il suo modo specifico di fare spazzatura e pulizia.

Quando sono arrivata a Bihać per l’inizio del servizio civile, c’è stato con le mie compagne, come quasi in ogni convivenza con più di due persone, il momento della divisione dei compiti in casa e tra queste c’era anche lo smaltimento della spazzatura: “La domenica sera si porta fuori il bidone e la mattina dopo passa il camion della spazzatura a ritirarla porta a porta. Se volete dividere i rifiuti potete farlo ma dovete portarli voi alle isole ecologiche”. A me lì per lì è sembrata una possibilità di scelta così strana, per me non c’era questione, la differenziata si fa, punto. Ma è proprio quando si mette il punto sulle abitudini più triviali che si palesano le aspettative e i dati per scontato che ci portiamo dietro, e che magari in contesti che consideriamo più seri sospendiamo perché siamo in un Paese diverso. Infatti tutta questa storia di fare la differenziata a casa è stata una questione, dato che a Bihać la grande maggioranza della cittadinanza non la fa. Ed è diventato anche motivo di battute e risate, perché magari a me veniva da prendere e nascondere un sacco pieno di carta che sapevo sarebbe stato altrimenti buttato nell’indifferenziata o perché siamo andate alle isole ecologiche a orari improbabili. Tutto questo però mi ha fatto balenare in testa diversi discorsi.

La sempreverde questione delle azioni individuali e delle azioni collettive: ha senso cronometrarsi a fare la doccia, seguire una dieta vegetale, comprare shampoo ecobio, fare la differenziata pezzo per pezzo, se, come di recente, viene stimato che le più grandi multinazionali del mondo, in prima linea fornitori di combustibili fossili, hanno già causato danni climatici per un valore di 28 trilioni (che numero è, dove arriva?) di dollari; se la sola Eni è al centro di una causa che le attribuisce la responsabilità di circa lo 0,6% delle emissioni industriali globali e di emissioni di gas serra per 419 milioni di tonnellate di CO2 nel 2022; se poi si apre la finestra e una volta a settimana c’è un vicino che sta bruciando qualcosa, ci sono le “pulizie di cambio stagione”; se si scorre uno schermo e ci sono Paesi, terre, uliveti che bruciano? Il nostro tempo ci ha portato troppo spesso a concentrarci quasi esclusivamente su ciò che possiamo fare come singoli, caricandoci di doveri e responsabilità personali. Così rischiamo però di perdere di vista il peso enorme delle azioni dei grandi attori economici e politici e di allontanarci dalla dimensione comunitaria e politica che ci appartiene. Fare una cosa per sé stesse, per sentirsi meglio con la propria coscienza non è una vergogna, ha valore, ma come dice spesso una mia collega serve sempre leggere la stanza, capire dove si sta.

E ancora, la scelta individuale ha una reale incidenza nella società, un effetto trasformativo su dove viviamo, se va di pari passo con la capacità -e la possibilità- di rivendicare azioni su scala collettiva, internazionale.

L’altro discorso che ha occupato la mia testa ha riguardato i rifiuti come resti. Di qualcosa che è stato, di un passaggio.

In Bosnia ed Erzegovina ci sono moltissimi resti: parti di città ottomane, castelli e fortezze, moschee e cattedrali, Spomenik - i monumenti della resistenza jugoslava antifascista, bunker, ferrovie e treni fermi, cimiteri, segnali di campi minati. E poi ci sono tutti i resti della guerra e del genocidio degli anni Novanta, visibili, come le rose di Sarajevo, le trivellazioni sulle case, i caffè abbandonati, le bandiere esposte nei territori, e meno visibili, nel linguaggio, nell’ironia delle persone, nell’accoglienza forte del 'bujrum!' dentro cui però si può sentire un pizzico di diffidenza, di difesa.

La Bosnia ed Erzegovina è, allo stesso tempo, una terra che ospita i resti di una generazione (più di una, a dire il vero) che fa i conti con queste tracce cercando di emanciparsene e rivendicando le proprie tradizioni e il proprio spazio, e un crocevia per persone migranti, in movimento da Asia e Africa lungo la rotta balcanica. Persone che, nel loro viaggio, rischiano di diventare a loro volta resti: residui delle società che attraversano, presenze da tenere ai margini, soggetti estranei da sottrarre allo sguardo pubblico. Non è un caso che quasi tutti i centri di accoglienza, al di là delle definizioni giuridiche, siano collocati fuori dai centri abitati, in luoghi poco collegati. D’altra parte, le stesse persone in movimento producono rifiuti, scarti, che sono una conseguenza naturale del consumo necessario a vivere e la testimonianza di un’alterità nascosta, di una presenza non autorizzata.

Una collega, a inizio servizio civile, mi ha detto: “Nelle crisi umanitarie la prima cosa che salta è l’ecologia”. Nel tempo mi è capitato di vedere quanto sia vero: nelle distribuzioni di oggetti monouso per ragioni igieniche, di spazio o di budget; nella violenza della polizia che sottrae a chi cerca di attraversare il confine telefoni e beni personali, costringendo a procurarsene altri; nell’impatto ambientale degli sgomberi degli accampamenti informali e delle deforestazioni che avvengono nel nord della Francia, nell’area di Dunkerque, nel tentativo delle forze dell’ordine di rendere quei terreni inabitabili per le persone in movimento.

Come osserva Guido Viale[1], i rifiuti sono il riflesso simmetrico del mondo delle merci. A livello figurativo, per me questo concetto arriva in modo molto diretto con l’opera che Maurizio Cattelan presentò alla Biennale di Venezia 2001: la classica grande scritta di Hollywood che troneggia sopra la discarica di Palermo, a Bellolampo. Un’immagine quasi brutale nella sua semplicità, che mette in cortocircuito l’immaginario del successo e della visibilità con ciò che viene scartato e nascosto. Viale, tra gli altri, sottolinea poi la tendenza delle società a includere o escludere elementi in base alla loro pulizia, utilità, valore attribuito. Un meccanismo che si ritrova anche nel microcosmo delle carceri: da luoghi pensati come monito morale a spazi progressivamente rimossi, separati, considerati altro da sé, perché non contaminino il resto della società.

Quando mi trovo a parlare per la prima volta di temi legati all’ecologia, trovo comodo partire dalle tre R: riduci, riusa, ricicla. L’abbiamo fatto anche al centro per minori quest’anno e tra qualche sbadiglio e accuse vicendevoli di docce troppo lunghe, abbiamo parlato soprattutto del consumo di acqua, di quanto sia un bene che scorre via veloce. Penso però davvero, che tante volte non sappiamo che farci con i rifiuti, con i resti, oggetti, luoghi, persone. E va benissimo riciclare, recuperare, reinserire ma il nodo sta prima: riconoscere ciò che troppo facilmente trasformiamo in scarto, mettiamo ai margini e imparare a produrne il meno possibile.

Il testo è di Anna Ceccarelli, volontaria di Servizio Civile Universale con IPSIA in Bosnia ed Erzegovina.

[1] Viale, G. (2000) Un mondo usa e getta. La civiltà dei rifiuti e i rifiuti della civiltà., Feltrinelli

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