L’esperienza ormai quasi trentennale di IPSIA in Bosnia ed Erzegovina ci insegna che la cooperazione internazionale è, prima di tutto, un esercizio di resistenza e di presenza. IPSIA opera da sempre nelle krajine, ovvero in quelle terre di confine nel nord-ovest del Paese rivolte verso la Croazia. Restare sul confine — nonostante le criticità strutturali, la complessa realtà del Paese con cui ci confrontiamo quotidianamente e le atrocità della Rotta Balcanica che incontriamo ormai da circa dieci anni — è un atto di fede nel futuro.
Rileggendo la nostra storia, ben descritta dalle parole di Silvia Maraone — amica e collega che in questo testo ha ricostruito il nostro percorso — emerge con chiarezza il 'filo rosso' che ci unisce al 1997, dove tra le macerie del villaggio di Vukovo Selo, vicino a Ključ, trovammo una casa sventrata con due tazzine e un bricco del caffè ancora su un tavolino bruciato: il simbolo di una vita interrotta dalla violenza.
Quel filo oggi ci porta nei Social Café nel fango di Lipa, dove le tazzine sono tornate a essere piene, servite non per necessità, ma per dignità. Abbiamo imparato che i confini non si abbattono solo con i trattati, ma con la costanza di chi sceglie di restare. Dalla ricostruzione infrastrutturale del villaggio di Kamičak, il nostro primo intervento, ai sogni infranti dei bambini sulla rotta, IPSIA ha scelto di non voltare le spalle. Continuiamo a costruire ponti sopra l'abisso dell'indifferenza, perché ogni caffè condiviso è un pezzetto di umanità riconquistata.
L'evoluzione del nostro lavoro rappresenta per noi un modello di cooperazione moderna: non un intervento statico, ma un organismo capace di mutare forma — dalla ricostruzione materiale alla psicologia sociale, fino all'assistenza alle persone in movimento — mantenendo ferma la bussola della dignità umana in ogni territorio di frontiera."







