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Rotta Balcanica, i flussi cambiano ma i bisogni restano.
14
Set
2026

Rotta Balcanica, i flussi cambiano ma i bisogni restano.

Pubblichiamo di seguito un estratto dell'articolo di Emma Besseghini, che ringraziamo, pubblicato originariamente su "Il settimanale" di Caritas Como. In allegato il PDF con l'articolo integrale.

Questa estate alcuni giovani della Diocesi di Como sono tornati in Bosnia - all'interno delle esperienze estive promosse dalla Caritas diocesana - per partecipare alle attività di IPSIA, Ong della Acli. Un'occasione per mettersi in gioco e conoscere la realtà di Bihać e della "Safe House" di cui la Caritas sostiene la gestione. Abbiamo colto l'occasione per intervistare Silvia Maraone, referente del progetto e grande conoscitrice delle dinamiche migratorie nei Balcani.

Come sta cambiando la Rotta?

«Dalla fine del 2023 passa meno gente dalla Rotta balcanica. Abbiamo notato un calo dei passaggi, anche se non è così significativo come traspare nelle registrazioni nei campi. Questo non significa che la gente non passi, ma adesso dorme di più negli alloggi privati».

Perchè?

«Il modo di tentare il Game è cambiato: dal 2023 si è diff uso quello che i migranti chiamano “taxi game”. Chiaramente i migranti non prendono un taxi, ma pagano trafficanti che li trasportano dalla Bosnia orientale a quella occidentale per attraversare il confine, dove altri veicoli li attendono per proseguire verso lo spazio Schengen (soprattutto Italia, Slovenia e Austria). Il taxi game è più efficiente, più caro, dura meno e si muore meno. Per questo motivo le persone stanno meno nei campi, circa 5-10 giorni. Chi ha più soldi paga anche il pacchetto completo, che oltre ad attraversare il Paese permette di dormire nelle case di persone residenti, usate come tappa prima di tentare l’attraversamento».

Sono cambiate le provenienze delle persone in movimento?

«Non ci sono quasi più pakistani, mentre resta alto il numero di afghani. Gli arrivi dei siriani si sono azzerati, dopo alcuni arrivi nel 2024-2025. Restano tanti gli egiziani, soprattutto minori non accompagnati, mentre rimane invariata la ripartizione percentuale tra uomini soli, donne e persone con famiglie. A partire sono perlopiù uomini single, che lasciano le famiglie in Paesi più lontani. Spesso sono migranti economici che partono dal Paese d’origine per cercare lavoro, migliorare le condizioni di vita, o trovare guadagno migliore. In questi casi, le famiglie non sono a rischio, né soggette a persecuzioni dirette. È la categoria che percorre più spesso questa rotta: l’elevata pericolosità richiede grande resistenza fisica ed espone a continui rischi di incidenti e violenze».

Negli anni sono stati chiusi diversi centri di transito. Quanti sono oggi i campi profughi in Bosnia?

«Dall’inizio di quella che viene chiamata “crisi migratoria in Bosnia” nel 2018 sono stati aperti 7 centri: 5 nel Cantone di Una-Sana e 2 in quello di Sarajevo. Nel tempo la rete si è ridotta fi no a lasciarne attivi solo 2. Il ridimensionamento più significativo è avvenuto tra il 2025 e il 2026 con la chiusura delle strutture dedicate a famiglie e minori non accompagnati: il campo di Borici a settembre 2025, quello di Ušivak a marzo 2026. Oggi rimangono attivi il campo di Lipa, che accoglie single men, minori, e famiglie; e il campo di Blažuj, che accoglie solo uomini single».

Perchè sono stati chiusi?

«È stata una decisione presa dall’UE e portata avanti logisticamente dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM). A fronte del calo dei numeri del 2025 e 2026 mantenere delle strutture che richiedono la presenza di personale non giustificava i costi. Famiglie e minori sono stati così trasferiti a Lipa, un campo da 1.500 posti (di cui 500 riservati ai nuclei vulnerabili) aperto nel 2021 e finanziato dall’UE. Mentre i campi di Ušivak e Borici offrivano condizioni di protezione migliori per le famiglie, Lipa resta un centro isolato e con meno servizi. I finanziamenti per la migrazione lungo la Rotta balcanica negli ultimi anni sono stati ridotti, anche con il taglio dei fondi dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID). Si va avanti così».

Sono cambiate anche le vostre attività sul campo?

«Oltre a gestire il Social Café, IPSIA ha portato avanti il progetto Balkan Route Accoglienza in Transito (BRAT), che dal luglio 2022 al dicembre 2025 è stato finanziato dal Governo Italiano tramite l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS). Il merito del progetto è stato quello di operare contemporaneamente tra Tuzla, Sarajevo e Bihać con una rete di 6 partner. Per noi ha significato l’apertura della ‘Safe House’, una struttura per minori stranieri non accompagnati trasferiti dai campi profughi che riserva il 20% dei posti ai bambini vulnerabili della comunità locale. Oggi la struttura è sostenuta grazie al sostegno di Caritas Ambrosiana, Caritas diocesana di Como, e il Fondo di Beneficenza Intesa San Paolo».

Il taglio dei fondi ha avuto un impatto sulle attività di IPSIA?

«IPSIA è dotata di strutture che si possono spostare, trasportare, smontare. Il Social Cafè, per esempio, ha visto tante versioni di sé stesso quanti sono stati campi nella regione. Non è la prima volta che chiudono dei campi, e tutte le volte che IPSIA porta via i suoi tavoli pieghevoli, i suoi ping-pong, i suoi calciobalilla, i suoi climatizzatori, le pentolone per fare il tè e i giochi, li rimonta altrove. Scegliamo di stare a Lipa con le famiglie e i minori perché siamo riusciti a farci assegnare uno spazio, ed è stato utile anche per le persone nel campo vedere che siamo riusciti a riportare gli stessi servizi. Magari lo spazio è più brutto perché è un container doppio, però le attività ci sono, la presenza c’è».

Perchè sono importanti le attività che proponete al Social Cafè?

«Il campo di Lipa è isolato: si trova una ventina di chilometri da Bihać, e per raggiungerlo bisogna pagare il taxi o farsela a piedi. È un luogo che non off re altro se non se stesso: sono sempre meno le organizzazioni presenti, e sempre meno gli stimoli per le persone, che vedono passare i giorni uno uguale all’altro. Il Social Cafè restituisce dignità e permette di avere una qualità del tempo vagamente migliore rispetto a quella che il campo può offrire. È un posto che dà un senso di comunità, e che mostra un volto di Europa diverso da quello che i migranti incontrano sui confini».

Per sostenere le attività di IPSIA lungo la Rotta Balcanica: https://sostieni.ipsia-acli.it/crowd/balkanroute/