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Caffè corretto
26
Lug
2023

Caffè corretto

La filiera del caffè al centro del nuovo progetto di IPSIA in Kenya

La filiera del caffè è da sempre un pilastro dell’economia del Kenya – è al quinto posto fra le esportazioni del paese per valore – grazie alle condizioni territoriali che hanno favorito la diffusione di questa coltura. In particolare la pregiata varietà Arabica, con il suo caratteristico aroma, che costituisce oltre il 99% del caffè keniota, viene coltivata a un’altitudine compresa fra i 1.400 e i 2.000 metri, con temperature che vanno dai 15°C ai 24°C. Caratteristiche che in Kenya, come in tutta l’Africa, rischiano di essere compromesse dal cambiamento climatico.

Negli ultimi due decenni la coltivazione di caffè sta affrontando diverse difficoltà in Kenya, evidenziate da una riduzione della quantità di caffè prodotto e degli introiti degli agricoltori. Il fenomeno interessa circa 6 milioni di kenioti, inclusi circa 800.000 piccoli agricoltori operanti sotto sotto l’ombrello di varie cooperative.

Una delle zone interessate dalla coltivazione del caffè in Kenya è la Contea di Embu, dove da quest’anno IPSIA ha avviato il progetto “Caffè corretto” per promuovere un modello di agricoltura sostenibile per questa filiera. Il progetto è cofinanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e dalla Regione Friuli Venezia Giulia, e vede il coinvolgimento di diversi partner tecnici sotto la guida del’ONG Celim, con cui IPSIA collabora in Kenya dal 2015.

Il caffè non è originario del Kenya, ma è stato importato nel 1897, durante il periodo coloniale. Le coltivazioni sono state sotto il controllo della Gran Bretagna fino al 1960, quando anche ai locali fu permesso di coltivare il caffè, seppur fossero comunque in vigore molte restrizioni governative sulla coltivazione e trasformazione di tale prodotto. Oggi, i coltivatori di caffè in Kenya possono coltivare, lavorare, vendere e consumare qualsiasi quantità e qualità di caffè desiderino.

Diverse difficoltà stanno però interessando la coltivazione e la commercializzazione del caffè kenyota, difficoltà collegate a diversi fattori. Ciò ha determinato una diminuzione annua nella produzione del caffè dalle 120-130 mila tonnellate degli anni ‘90 alle 45 mila tonnellate odierne. In assenza di interventi, il trend di diminuzione della resa delle colture porterebbe i produttori ad abbandonare tale attività come fonte di reddito, con ricadute negative sulla sostenibilità economica delle famiglie nelle zone rurali e un ulteriore spopolamento delle stesse verso le aree urbane.

Tra i fattori alla radice del trend negativo vi è il fatto che il 97% del caffè coltivato è venduto sul mercato internazionale attraverso diversi agenti di mercato e broker, con un conseguente aumento degli oneri a carico delle cooperative e dei piccoli produttori. Inoltre l'esportazione riguarda il cosiddetto green coffee, non ancora tostato, che ha inferiori dazi doganali, ma che  riduce il valore aggiunto creato a livello locale. La scarsissima presenza di impianti di torrefazione nel paese influisce anche sulla consumazione locale di caffè: questo resta un prodotto poco conosciuto dalla popolazione, e non è inconsueto che le stesse cooperative di produttori offrano caffè solubile di importazione ai visitatori!

Oltre al mercato, i produttori affrontano numerose sfide quali la presenza di una malattia aggressiva – Coffee Berry Disease (CBD) –, le competenze spesso inadeguate, l’uso di tecniche e attrezzature obsolete.

Radici, foglie e bacche sono spesso danneggiati da parassiti e malattie. La CBD è la malattia più aggressiva e conosciuta ed è causata da un fungo che colpisce le bacche in sviluppo, ciò porta la bacca a marcire e a cadere prima della formazione dei chicchi. La malattia, che interessa il solo continente africano, è stata individuata per la prima volta nel 1922 e ha portato negli anni seguenti  a una riduzione notevole della resa e l’aumento dei  costi di gestione. Nel 1968 ha portato alla perdita del 50% della produzione del Kenya ed è tuttora responsabile di grandi danni economici. Per controllarne la diffusione e i costi dei trattamenti è stato necessario selezionare varietà di caffè resistenti quali Ruiru 11 e Batian.

Un'ulteriore sfida è la mancanza di sviluppo di tecniche di coltivazioni più efficaci e sostenibili che non ha permesso ai produttori di diminuire i costi di mantenimento delle piantagioni, di introdurre un trattamento efficace dei suoli e di migliorarne la resa. La resa delle coltivazioni ha infatti  avuto un'ulteriore battuta d’arresto dovuta alla perdita di fertilità dei suoli a causa del loro uso intensivo. In aggiunta a ciò, l'assenza di sistemi di conservazione dell’acqua e di irrigazione non ha permesso di arginare i danni causati dai sempre più frequenti ed estesi periodi di siccità. Il caffè è una pianta sensibile al cambiamento climatico, in particolare la varietà Ruiru 11, sebbene più produttiva e resistente alle malattie, presenta radici meno profonde e per tale risente dei lunghi periodi di siccità. Si segnala anche una proliferazione degli infestanti, stimolata dall’aumento delle temperature, che sta portando a perdite nella produzione in un momento in cui il caffè ha iniziato a riguadagnare la sua gloria perduta.

Anche la post produzione presenta numerose criticità. Nelle fasi di spolpatura e lavaggio del chicco di caffè non è previsto nella maggior parte dei casi nessun sistema di riciclo di acqua, cosa che contribuisce costantemente ad aumentare gli sprechi di una risorsa sempre più preziosa e rara, e l’impatto ambientale dell’attività.

Il progetto Caffè corretto sta muovendo i primi passi per cercare di costruire un modello di filiera che risponda a queste criticità. Al livello della produzione, si sta incentivando la coltivazione all’ombra allo scopo di ridurre il consumo idrico, stabilizzare la temperatura e controllare la diffusione di malattie e infestanti. Sono introdotti alberi da frutta, quali avocado, macadamia e banani, che oltre a ombreggiare le piantagioni forniscono entrate extra ai coltivatori. Con l'abbinamento dell’apicoltura si favorisce l’aumento della produzione e un miglioramento della qualità del caffè in tazza. La produzione di miele fornisce, oltre a ciò, un ulteriore fonte di reddito. Sarà inoltre realizzata per i coltivatori una formazione sulle nuove tecniche "climate-smart” con corsi pratici e l’avvio di campi dimostrativi.

Nei primi step della lavorazione dei chicchi del caffè si mira all’introduzione di tecniche moderne e ecocompatibili fornendo nuovi macchinari per il processo di spolpamento, promuovendo l'uso di energia solare e il riciclo dell’acqua.

Si avrà, inoltre, l’avvio di impianti locali di torrefazione del caffè e la distribuzione del prodotto locale nei coffee shop. Dato che la filiera del caffè è caratterizzata da un’alta presenza di uomini, in queste ultime fasi della filiera, più innovative, si incentiverà la formazione e l’inclusione di giovani e donne. In più si affiancherà anche la creazione di marchi locali di caffè per incrementare le vendite sul mercato locale. Si tratta di un percorso ambizioso e complesso, che interesserà oltre 11mila piccoli coltivatori. Come nelle precedenti esperienze di IPSIA nelle filiere produttive, i risultati si misureranno concretamente nell’impatto sui dati di produzione e commercializzazione, e sul reddito delle famiglie.

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