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Foto di Ennio Brilli - Ex terminal doganale di Belgrado Foto di Ennio Brilli - Ex terminal doganale di Belgrado
27
Feb
2017

A rischio emergenza

Di seguito i dettagli della missione congiunta IPSIA - Caritas tra febbraio e gennaio riportati da Silvia Maraone.

Contesto generale

Dopo l’ondata migratoria iniziata nell’estate 2015, che ha visto, nel corso di poco meno di un anno, passare oltre 1 milione di persone lungo la rotta balcanica, le frontiere dell’UE (o meglio una parte di queste) sono state ermeticamente chiuse dal marzo 2016 con l’accordo UE-Turchia, creando di fatto una situazione di stallo per le migliaia di persone intrappolate in Grecia, Macedonia e Serbia alla chiusura dei confini. 

Nelle prime giornate di febbraio 2017 a Malta, i principali leader europei hanno definito le modalità per poter chiudere la rotta mediterranea, cercando di bloccare gli sbarchi tramite un discutibile accordo con la Libia e prendendo a modello i "buoni risultati" raggiunti nell'ultimo anno, grazie al simile (ed altrettanto discutibile) accordo con la Turchia, che avrebbe messo fine all'emergenza umanitaria lungo la rotta balcanica.

E’ evidente, dai dati e dai monitoraggi sul campo, che l’emergenza è ben lontano dall’essere risolta, anzi, potrebbe generare nuove tensioni e sicuramente sta andando avanti ad alimentare il mercato nero, il traffico e le attività illecite connesse a questa crisi.

I "buoni risultati" raccontati a Malta sono forse quelli di chi guarda soltanto all'interno del territorio comunitario: da marzo 2016 infatti i numeri di ingressi di migranti nel territorio dell'UE provenienti dalla rotta balcanica sono drasticamente calati.

Ma l'emergenza non è per nulla terminata: è stata solo trasferita fuori dai confini comunitari, in paesi come la Serbia e la Macedonia, oppure nei paesi più periferici del continente, come la Grecia.  Ad oggi 62.590 migranti si trovano in Grecia, con centinaia di nuovi arrivi dalla Turchia settimanalmente.

Secondo i dati ufficiali UNHCR sono 7.700 i rifugiati e richiedenti asilo in Serbia, di questi l’85% si trova all’interno dei 17 campi gestiti dal commissariato per i rifugiati e le migrazioni del Governo serbo, mentre la restante parte si trova a Belgrado o al confine con l’Ungheria in rifugi di fortuna, cercando il modo di andare avanti nel proprio cammino.

È di inizio febbraio la notizia di due incidenti, il primo nella zona di Sid (confine con la Croazia) che ha visto coinvolti dodici uomini che nel tentativo di salire su un treno cargo in corsa hanno toccato i cavi dell’alta tensione rimanendo gravemente feriti; mentre un gruppo di circa 20 maschi afgani ha tentato di attraversare il fiume Tisza (congelato) al confine con l’Ungheria, finendo però nelle acque gelide (si conta sicuramente 1 disperso). In questo duro inverno sono morte di ipotermia  tra i migranti che tentavano di attraversare illegalmente i confini almeno due persone, abbandonate dai trafficanti nei boschi al confine tra Bulgaria e Serbia.

Nel frattempo, l’unica porta aperta verso l’Europa è quella dell’Ungheria, attraverso le due transit zone di Kelebija e Horgos, da dove sono autorizzate a passare 10 persone al giorno.

Missione in Serbia IPSIA - Caritas

Dal 31 gennaio al 4 febbraio 2017 una missione di monitoraggio in Serbia, composta da una delegazione italiana (rappresentanti di Caritas Ambrosiana, Caritas Tarvisina, IPSIA-Acli) insieme allo staff di Caritas Italiana e Caritas Serbia, ha visitato 7 dei luoghi interessati dalla presenza dei migranti per valutare la situazione e possibili interventi correlati alla crisi migratoria in Serbia.

La missione di monitoraggio ha toccato 6 campi profughi ufficiali in Serbia: Krnjaca (area di Belgrado), Sid, Adasevci e Principovac (area al confine con la Croazia), Subotica (area al confine con l'Ungheria), Bogovadja (Serbia occidentale). Inoltre, sono stati visitati i principali luoghi informali di transito e sosta dei migranti irregolari nel territorio serbo: a Belgrado negli edifici abbandonati dietro la stazione dei treni, e a Subotica in una abbandonata fabbrica di mattoni.

Nei campi profughi ufficiali, soprattutto quelli al confine con la Croazia, sono state evidenziate gravi carenze strutturali, igieniche e sanitarie. Centinaia di persone sono costrette a dormire in strutture temporanee, sovraffollate e inadatte per l'inverno. Sono poche le toilette e le docce, le aree comuni sono molto sporche così come le camerate. Non ci sono spazi adeguati per i bambini, per le donne, per i nuclei familiari. Mancano le attività di animazione, educative o ricreative, per cui le giornate trascorrono spesso sempre uguali, noiose. In generale, i campi profughi ufficiali sono scarsamente equipaggiati e eccessivamente sovraffollati - molti sono ben oltre le proprie capacità di accoglienza.

Estremamente gravi sono poi le condizioni dei luoghi non formali. In questi luoghi sono presenti circa 1.000-1.500 persone: coloro i quali che, per ragioni varie, preferiscono non farsi identificare e rimanere fuori dai campi governativi.

Nei luoghi improvvisati in cui stanno, manca tutto: i migranti dormono per terra in edifici abbandonati (ex terminal doganale, fabbriche) che non hanno porte o finestre. Per poter riscaldare questi edifici (le temperature hanno toccato anche i -17 gradi durante lo scorso gennaio) viene bruciato ciò che si trova, creando dunque una coltre di fumo che rende l'aria irrespirabile. Non ci sono servizi igienici, fognature né un sistema di raccolta rifiuti, per cui gli edifici sono attorniati da un misto di immondizia, sporcizia e latrine, che provocano odori nauseabondi e grossi rischi igienici e sanitari. Manca l'acqua corrente per cui viene usata la neve circostante o l'acqua piovana per dissetarsi e lavarsi. La vita di centinaia di persone è quotidianamente messa a grave repentaglio in questi luoghi.

Le organizzazioni serbe non possono operare dentro di questi campi informali perché, secondo le linee guida impartite dal governo serbo nel novembre 2016, chi decide di lavorare fuori dai campi ufficiali perde il diritto di essere accreditato a lavorare nei campi gestiti dal commissariato.

E’ evidente che le ONG e le associazioni locali hanno dovuto accettare questo aut aut per non perdere la possibilità di andare avanti a lavorare in quelli che sembrano essere contesti all’interno dei quali la crisi andrà avanti ad essere gestita per anni.

Al terminal di Belgrado viene distribuito un pasto caldo al giorno da un’associazione di volontariato formata da stranieri, che aveva cominciato ad operare già nel campo informale di Idomeni: Hot food Idomeni. Oltre a loro, sono presenti una volta al giorno i medici di MSF e personale UNHCR.

Durante il giorno i migranti lasciano l’edificio e passano la maggior parte del tempo nel parco e nel centro di Belgrado o nel centro Miksaliste. All’interno del centro vengono svolte soprattutto attività educative e ricreative in particolare per bambini e donne, perché anche qui è stato fatto divieto di distribuire cibo. Il Miksaliste resta comunque un punto di ritrovo, riscaldato e coperto dal wi-fi gratuito, in cui le persone (anche i rifugiati che dormono nel centro governativo di Krnjaca e che durante il giorno vanno verso la città) si incontrano per scambiarsi informazioni. Intorno ai campi non formali gravita la rete dei trafficanti, che si occupa di gestire i passaggi illegali attraverso le frontiere croate e ungheresi.

Il rischio di una nuova emergenza umanitaria

I migranti che decidono di farsi identificare e dunque entrare nei campi profughi governativi, vengono inseriti in una lista che regola l'ordine di chi può entrare in Ungheria. Quando tocca ad uno di loro, vengono chiamati nei campi attraverso i capi della propria comunità di appartenenza, si recano con i trasporti organizzati da IOM al campo di Subotica, da cui il giorno prima di attraversare il confine si recano a piedi alle transit zone (in cui passeranno una notte) dove vengono identificati e lasciati passare, per poi poter effettuare la procedura di richiesta asilo nel paese.

Con l'ingresso di sole 10 persone al giorno, i migranti aspettano il proprio turno in Serbia anche più di un anno – sperando che prima o poi l'occasione giusta tocchi anche a loro, nonostante a volte le liste vengano perse o ci siano tentativi di corruzione per accelerare la trafila da parte degli altri migranti.

Nonostante questa lunga attesa e le precarie condizioni nei campi, non si sono però verificati gravi episodi di violenze o proteste tra i migranti. Infatti, chi giunge in Serbia non vuole creare problemi, trovandosi oramai alle porte dell'UE: i migranti dunque accettano passivamente qualsiasi condizione, anche le più gravi, pur di non vedere sfumare la propria occasione di passare.

Il sistema è però molto fragile, molto spesso al di sotto dei minimi standard di accoglienza dignitosa. Si mantiene dunque stabile solo perché si basa sulla possibilità concessa dall'Ungheria di entrare - prima o poi - seppur in piccolissimi numeri, nel proprio territorio. 

L'emergenza migratoria in corso rischia quindi di trasformarsi in una gravissima emergenza umanitaria qualora l'Ungheria decidesse di chiudere completamente il confine. La preoccupazione è ampiamente motivata: negli ultimi mesi l'Ungheria ha ridotto il numero di ingressi consentiti da 60 a 40 al giorno, passando poi a 20 e ora solo a 10. Il prossimo passo potrebbe essere la chiusura completa del confine: questo potrebbe scatenare il caos in Serbia, con episodi di proteste dentro i campi e con un moltiplicarsi di tentativi di passare illegalmente i confini - spesso frenati con la violenza dalla polizia e dall'esercito ungherese. 


La situazione migratoria in Serbia rimane dunque grave, emergenziale, e ancora molto instabile. Sono molto elevati i rischi di peggioramenti futuri.

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