Comunicato stampa
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La campagna “Taglia le ali alle armi” contro i caccia F-35, attiva dal 2009 e forte del sostegno ricevuto in questi mesi, rinnova l’invito a ripensarne l’acquisto: una scelta costosa e inutile che bloccherà diversi miliardi di euro in più anni mentre ai cittadini si chiedono sacrifici nel campo del welfare, della scuola, della sanità.
La nostra campagna è disponibile a un incontro e confronto con le coalizioni politiche in vista delle prossime elezioni.
Fonte: Campagna Taglia le ali alle armi - 23 gennaio 2013
Le notizie circolate anche sulla stampa italiana negli ultimi giorni, e relative ad ulteriori e grossi problemi tecnici nello sviluppo dei cacciabombardieri F-35 Joint Strike Fighter, confermano quanto la campagna “Taglia le ali alle armi” promossa da Rete Italiana per il Disarmo, Tavola della Pace e Sbilanciamoci! vanno sostenendo da tempo. Il progetto aeronautico militare più costoso della storia è ormai fuori controllo sia per gli Stati Uniti che per gli altri paesi partner (tra cui l’Italia) dimostrando la fragilità e l’insensatezza di una continuazione nella partecipazione.
“Si tratta di soldi pubblici davvero sprecati – commenta Andrea Baranes portavoce della campagna Sbilanciamoci! – con i quali si potrebbero invece realizzare investimenti molto più utili per tutti i cittadini italiani in altre aree come il welfare, la sanità, l’istruzione, il lavoro. Per conto nostro anche con costi più ridotti e minori problemi tecnici si tratterebbe di una spesa inutile e sbagliata, per strumenti di attacco sovradimensionati alle esigenze del nostro Paese. Ma sottolinearne i fallimenti è comunque utile per dimostrare ancora di più la necessità di un cambio di rotta”, conclude Baranes.
La campagna ha fin dall’inizio lavorato per fornire all’opinione pubblica e alla politica una informazione attenta e documentata, quella che gli apparati militari hanno invece spesso tralasciato di fare. Dalle inesistenti penali in caso di rinuncia ai costi più alti di quanto dichiarato ufficialmente della Difesa, i documenti e gli studi di “Taglia le ali alle armi” hanno permesso di far crescere in tutto il Paese una posizione di contrasto ai caccia F-35. In particolare nell’attuale situazione di crisi economica. “E’ grazie anche al nostro lavoro se un acquisto militare di tale portata, che inizialmente si sarebbe dovuto controfirmare in pochi mesi rendendolo irreversibile, ha invece subito anche in Italia un deciso rallentamento (ricordiamo che la Difesa ha abbassato nel 2012 le sue pretese sul numero di velivoli) e ottenuto attenzione presso politica ed opinione pubblica”, sottolinea Francesco Vignarca coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo. “Per questo siamo contenti che diversi esponenti politici, in queste ore ed unendosi alle rare voci già attive in passato, abbiano deciso di sottolineare la problematicità della nostra partecipazione al programma F-35” conclude Vignarca. Sicuramente si tratta di una modifica importante della prospettiva che negli anni scorsi, a partire dalla firma di partecipazione alla fase di Sviluppo apposta nel 2002 dall’attuale Ministro Di Paola, aveva visto invece per molto tempo un sostegno compatto e acritico da parte della grande maggioranza delle forze politiche.
I dati e gli sforzi della campagna “Taglia le ali alle armi” hanno invece modificato la percezione dell’opinione pubblica: “E si può fare ancora di più – riprende Andrea Baranes – perché non è obbligatorio fermarsi ad una riduzione nel numero di velivoli: il nostro obiettivo era e rimane la completa cancellazione del programma per la parte italiana (anche se alcuni primi esemplari sono già stati acquisiti). Nella mobilitazione in corso ormai da oltre tre anni più di 77.000 cittadini, 670 associazioni e soprattutto oltre 80 Enti Locali (tra Regioni, Province e Comuni) hanno deciso di sostenere la nostra richiesta per una cancellazione del programma, in particolare grazie allo sforzo sul territorio degli organismi aderenti alla Tavola della Pace. Senza ricevere mai alcuna risposta dai Governi in carica nel periodo di attività della campagna ed anzi dovendo continuamente produrre dati, studi ed analisi per smentire la posizione ufficiale continuamente ribadita dal nostro Ministero della Difesa sia sui costi sia sullo stato di avanzamento del programma Joint Strike Fighter.
E' inoltre grave che la maggioranza che ha sostenuto fino a poche settimane fa il Governo Monti, negli ultimi giorni di legislatura, abbia imposto un’inusuale accelerata alla approvazione della legge Delega per la ristrutturazione delle FF.AA. voluta dal Ministro-Ammiraglio Di Paola. Uno schema di riforma che, se poi applicato dal prossimo Governo, prevederà che i fondi risparmiati dal taglio del personale e delle strutture rimangano all’interno della Difesa per esercizio e investimento: “Il risultato vero è che verranno stimolati gli acquisti di nuovi e micidiali sistemi d'arma, tra cui proprio il caccia F-35 – commenta Massimo Paolicelli presidente dell’Associazione Obiettori Nonviolenti – andando a ridisegnare nei fatti il nostro Modello di Difesa in senso sempre più aggressivo e sempre più dipendente dalla NATO”.
A partire da oggi e dall’attenzione che il dibattito pubblico pre-elettorale sta riservando ai caccia F-35 (come massimo esempio dello spreco delle spese militari) la campagna “Taglia le ali alle armi” chiede che il prossimo Governo arrivi a ribaltare questa logica dando una decisa sforbiciata alle spese militari, iniziando come detto dalla cancellazione della partecipazione italiana al programma F-35 Joint Strike Fighter.
“Su questo punto non ci accontentiamo delle dichiarazioni in interviste o sulle agenzie di stampa – conclude Francesco Vignarca – ma chiediamo che tali scelte siano inserite nei programmi elettorali delle coalizioni che si riconoscono in politiche di disarmo. Per conto nostro siamo disponibili ad un confronto, anche tecnico, su tutte queste tematiche”.
http://www.disarmo.org/nof35/f-35-spreco-e-problemi-ora-di-cambiare-rotta
Con il voto dell'11 dicembre, il Parlamento ha perso l’occasione di bloccare l’azione di chi vuole sempre più soldi per le armi e di rimettere al centro di una discussione comune e partecipata (sia in ambito istituzionale che nella società civile) il modello di difesa e di sicurezza più utile ai cittadini italiani. Prima di qualsiasi revisione dello strumento militare. Le realtà promotrici di “Taglia le ali alle armi” vigileranno ora il percorso dei decreti delegati nell’ambito della prossima legislatura per attutire i problemi previsti da questo provvedimento.
Tavola della Pace, Rete Disarmo e Sbilanciamoci! cercheranno da subito di portare nella discussione che si svilupperà prima delle elezioni politiche il tema delle spese militari, portando avanti la posizione (che riteniamo maggioritaria nel paese reale) di chi le vuole diminuire a vantaggio di maggiori investimenti per welfare, sanità, scuola, lavoro.
Un presidio partecipato, colorato e forte, con la grande bandiera della Pace che di solito apre la Marcia Perugia-Assisi. Con questa presenza davanti alla Camera dei Deputati i rappresentanti delle tre organizzazioni promotrici della campagna "Taglia le ali alle armi" (Sbilanciamoci, Tavola della Pace, Rete Italiana per il Disarmo) hanno lanciato un ultimo appello ai deputati affinché non approvino la legge-delega che affida al Governo la revisione e la riforma dello strumento militare.
Un'occasione d'oro per dimostrare che il Parlamento ha a cuore i problemi veri del paese e non la difesa degli interessi dell'industria militare, ma che non è stata accolta dall'Aula della Camera che approvando a maggioranza (294 s’, 53 astenuti e solo 25 no) il provvedimento ha invece coronato l'intenzione del Ministro Di Paola. Che è stato capace di ottenere questa riforma in poco più di sei mesi. Mentre i provvedimenti di risparmio sulle Province ed anche la modifica della legge elettorale giacenti in Parlamento sono saltati per mancanza di tempo, con grande velocità uno spazio è stato trovato per fornire in futuro e strutturalmente più soldi al Ministero della Difesa per l'esercizio e l'acquisto di armi. Un pericolo vanamente sottolineato nelle scorse settimane dalle posizioni della campagna "Taglia le ali alle armi", che ha esercitato una forte pressione in vista della discussione alla Camera e della convocazione del presidio di oggi.
"Un aumento delle spese militari che non ha atteso questa riforma per prendere il volo - sottolinea Giulio Marcon della campagna Sbilanciamoci - come dimostrano i dati della Legge di stabilità approvata a breve: nel 2013 il comparto della Difesa riceverà in dote un miliardo in più del 2012, alla faccia di tutti i tagli operati sulla spesa pubblica per altre e maggiori necessità come sanità, lavoro, welfare".
E dove finiranno questi soldi, recuperati alleggerendo gli effettivi militari di oltre 40.000 unità? In nuovi sistemi d'arma (oltre 200 miliardi investiti nei prossimi anni, si stima) la cui acquisizione non sarà forse gestita dalle nuove norme che nella legge delega (fatto positivo) ipotizzano più poteri al Parlamento in tal senso: "Con queste modifiche al testo originale del Ministro Di Paola le Camere potranno chiedere il punto della situazione di ogni progetto di armamento - commenta Francesco Vignarca di Rete Disarmo - ma quello che non sappiamo, ad oggi, è se ciò accadrà solo per l'acquisto dei prossimi sistemi d'arma o anche per quelli già in corso. Un punto che presidieremo con forza durante la prossima campagna elettorale e in vista della presentazione dei decreti delegati”. Senza contare che riformare uno strumento senza aver prima discusso degli scenari di sicurezza e del nuovo modello di difesa ancora una volta pare quantomeno irrazionale agli occhi di “Taglia le ali alle armi”.
“Davvero è incredibile che questo Parlamento in scadenza non ci abbia ascoltato, e non abbia ascoltato la voce di milioni di cittadini che sono stufi di veder gettati soldi per le armi – commenta Flavio Lotti coordinatore di Tavola della Pace – Sono loro la vera maggioranza nel paese e andavano rispettati con una discussione più approfondita e seria. Per dire di no a questo provvedimento (che aumenta spesa pubblica e non risolve i disequilibri della nostra Difesa) non occorreva essere pacifisti: solo avere buon senso e prendere atto del reale”. Con l’approvazione andremo invece verso una riconversione al contrario: posti di lavoro trasformati in più giochi di guerra per le gerarchie militari.
Fonte: Taglia le ali alle armi - 11 dicembre 2012
Martedì 11 dicembre 2012 i deputati voteranno la legge che delega al Governo la riforma delle Forze Armate. Mentre si tagliano i servizi alle persone e agli enti locali che li devono fornire, mentre milioni di famiglie non riescono ad arrivare alla fine del mese, il Parlamento vota una legge delega che taglia il personale militare, solo per comperare più armi (tra cui i cacciabombardieri F35), aumentando così la spesa militare e la spesa pubblica.
La Tavola della pace, la Rete italiana per il disarmo e Sbilanciamoci! organizzano per martedì 11 dicembre 2012 una manifestazione a Roma in piazza Montecitorio, alle ore 11.00: contro gli F35, contro l'aumento delle spese militari, contro l'approvazione della legge-delega di revisione dello strumento militare.
Per informazioni e adesioni:
Tavola della Pace -
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- 075.5736890 - www.perlapace.it
Rete Italiana per il Disarmo:
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- 328.3399267 - www.disarmo.org
Sbilanciamoci! -
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- 06.8841880 - www.sbilanciamoci.org
Roma, 27 luglio 2012 – COMUNICATO AI MEDIA - Comunicato della Rete Italiana per il Disarmo
Rete Disarmo commenta la conclusione all’ONU dei negoziati per un Trattato Internazionale sui trasferimenti di armi. Una necessità impellente in un modo attraversato dalle guerre e insanguinato dagli armamenti.
Le notizie provenienti dai negoziati per la stesura e adozione di un Trattato sul commercio di armi, ormai terminati, non rendono soddisfatte le realtà del disarmo italiane. Le conclusioni non appaiono positive per le speranze di chi ha dato vita, dal 2003 alla campagna internazionale Control Arms che anche in Italia ha visto una mobilitazione stimolata dalla Rete Italiana per il Disarmo. Addirittura prese di posizione di alcuni Stati nelle settimane di colloqui arrivano a mettere in discussione l’elaborazione stessa di un trattato.
Ad esempio Cina e Russia sarebbero a favore di un trattato “debole” se non addirittura per il mantenimento dell’attuale status quo. Gli Stati Uniti, da parte loro, avrebbero posto condizioni tali che depotenzierebbero il trattato e stanno esercitando pressioni su Francia e Regno Unito. “Non è un caso – sottolinea Emilio Emmolo di Archivio Disarmo (istituto di ricerca che ha recentemente pubblicato uno studio sulle ipotesi di Trattato – che Londra e Parigi non siano tra i sostenitori di un documento firmato da 73 paesi in cui si chiede il massimo sforzo per un trattato con criteri rigorosi e che comprenda il divieto a trasferimenti qualora vi sia il rischio che le armi possano essere usate per violazioni di diritti umani”.
Di questo gruppo fa parte tra l’altro l’Italia (con una presa di posizione davvero positiva) che però, quasi in contraddizione, ha a sua volta chiesto di non inserire nel Trattato le armi leggere ma solo quelle ad esclusivo uso militare. “Come se quelle leggere – conclude Emmolo – non fossero utilizzate nei conflitti quando è universalmente riconosciuto il loro peso soprattutto nelle guerre africane”.
Il commento di Sergio Finardi (esperto internazionale di Transarms sui trasferimenti di armi, che ha accompagnato il percorso della campagna Control Arms) è deciso: “L'attuale fase tende alla stesura di un testo che trovi il consenso di alcuni paesi-chiave, come Stati Uniti, Cina, Russia, che hanno a lungo opposto l'introduzione di elementi cogenti nel testo del trattato. Anche se si dovesse convergere su un compromesso di questo tipo, l'assenza reale di un dibattito e di proposte per introdurre un meccanismo o agenzia ONU incaricata della verifica dell'attuazione del Trattato da parte degli Stati, inficia gli sforzi fatti sinora. Sostanzialmente nella configurazione che pare uscita dai negoziati l'attuazione del Trattato sarebbe esclusivamente affidata agli Stati stessi, che diventerebbero controllori di se stessi, con le ovvie conseguenze. Cantare vittoria in queste condizioni, per il movimento internazionale che ha dato vita a Control Arms, è veramente sbagliato”
“Se è apprezzabile che i paesi dell’Unione Europea si siano impegnati a sostenere un Trattato sul commercio di armi di alto livello e giuridicamente vincolante per rafforzare la pace e la sicurezza internazionale, non va però dimenticato che negli anni recenti diversi governi europei hanno fortemente incentivato le proprie esportazioni di armamenti soprattutto verso le zone di maggior tensione del pianeta come il Medio Oriente, la penisola araba e il sub-continente indiano” – sottolinea Giorgio Beretta, ricercatore della Rete Disarmo. “Anche sul versante della trasparenza, vari governi europei sono tuttora alquanto reticenti a rendere conto delle proprie esportazioni di armi: nonostante da tredici anni sia richiesto di riportare dell’UE queste esportazioni, l’ultimo rapporto europeo segnala che Gran Bretagna, Germania, Belgio, Danimarca, Polonia, Grecia e Irlanda non hanno fornito le informazioni necessarie”
A livello generale uno dei problemi più gravi è quello relativo al controllo delle munizioni, che paesi impostanti come gli stessi Stati Uniti (in questo non stimolati ad una diversa posizione dai fatti di Denver) vogliono tenere fuori dagli accordi. Una scelta problematica se consideriamo che ogni anno sono diversi miliardi le pallottole prodotte nel mondo. Sulle armi leggere anche la posizione portata avanti dall’Italia, distanziandosi da quella della Comunità europea, risulta negativa verso un reale controllo.
“Non ci stupisce che il governo italiano abbia chiesto di escludere dalla regolamentazione del Trattato le cosiddette armi leggere ad uso civile e sportivo” – evidenzia Carlo Tombola, direttore scientifico di OPAL Brescia, l’Osservatorio permanente sulle armi leggere. “L’Italia è infatti uno dei maggiori produttori ed esportatori mondiali di queste armi e le nostre autorità non hanno avuto alcuna remora ad autorizzarne l’esportazione verso la Libia di Gheddafi, la Bielorussia di Lukashenko, il Turkmenistan di Berdimuhammedow e la Russia di Putin oltre a vari paesi arabi. La lobby armiera bresciana – capitanata dalla ditta Beretta di Gardone Val Trompia – non gradisce certo troppe restrizioni sulle esportazioni di queste armi che rappresentano un giro d’affari di oltre 250 milioni di euro all’anno”.
Tutti questi elementi spingono la Rete Italiana per il Disarmo a chiedere al Governo di dettagliare la propria posizione anche di fronte all’opinione pubblica ed alla società civile. La richiesta delle realtà che si battono per un mondo più sicuro e disarmato è quella che l’Italia si metta in prima linea per rendere il Trattato, nei prossimi passi di discussione internazionale, maggiormente dettagliato e dotato di strumenti reali di controllo. In questo senso è anche importante capire quali intenzioni abbia il Governo Monti sulla legge 185/90 che regola l’export italiano e che, nonostante necessiti di alcuni miglioramenti, non può essere stravolta nelle sue prerogative come invece si è tentato di fare in questi ultimi anni.
Il Primopiano di Famiglia Cristiana in edicola giovedì 19 luglio: “Mano pesante su lavoratori e pensionati, un piccolo taglio agli armamenti”
18/07/2012
Coraggiosi, inflessibili. Quasi spietati con pensionati, lavoratori, famiglie con figli e malati. Remissivi, invece, e anche pusillanimi con ammiragli, generali e vertici dell'industria bellica. Così non va. In tempi di crisi non ci sono zone franche. O terreni minati dove evitare di mettere piede. Se si guarda fino al centesimo per le spese correnti, si aprano gli occhi sui miliardi di euro per riempire gli arsenali. Se siamo sull'orlo del baratro, perché sperperare i soldi per comprare armi? «Svuotiamo gli arsenali e riempiamo i granai», si sarebbe detto un tempo. Oggi potremmo dire: «Più lavoro e meno bombe». È una questione di buonsenso. Di saggia amministrazione.
C'è un'Italia che non ne può più e dice basta. Mentre sulla vita delle persone cala pesantemente la scure, sugli armamenti si dà una leggera sforbiciata. Un po' di fumo per l'opinione pubblica. Così, 75 mila cittadini, più di 600 associazioni, 85 enti locali hanno firmato un appello per cancellare l'acquisto dei cacciabombardieri F-35: 90 velivoli al costo complessivo di 12 miliardi di euro. «Tutti i dati dimostrano come i costi unitari per aereo siano raddoppiati dall'inizio della fase di sviluppo», ha affermato Francesco Vignarca, della Rete italiana per il disarmo, uno dei tre grandi soggetti che hanno promosso questa campagna.
Giulio Marcon di Sbilanciamoci! ha aggiunto: «Abbiamo un welfare che sta scomparendo. Con una minima parte dei soldi risparmiati si potrebbero salvare posti letto negli ospedali, risolvere la questione degli esodati, mettere in sicurezza oltre diecimila scuole, creare migliaia di posti di lavoro». Mentre Flavio Lotti della Tavola per la pace ci tiene a chiarire che «opporsi a queste armi non è un affare da pacifisti, ma da gente responsabile. Dobbiamo ridurre il debito pubblico e anche la Difesa deve, finalmente, dare un contributo significativo».
D'altronde, la spesa per questi cacciabombardieri è inutile e indifendibile. Molti Paesi si sono già sfilati. Nei giorni scorsi, il Parlamento olandese ha votato una risoluzione per uscire dal programma. L'Australia ha rimandato di due anni la decisione di acquisto. In Canada e Norvegia sono in corso roventi polemiche al riguardo. E anche in Italia si comincia a reagire, come ricorda ancora Flavio Lotti: «Dai problemi tecnici evidenziati addirittura dal Pentagono alle forti perplessità di tutti gli altri Paesi partner e alle inesistenti "penali" sulla cancellazione dell'acquisto, anche l'opinione pubblica italiana ha avuto modo di capire meglio tutti i risvolti del progetto F-35».
La politica, in cerca di consensi, ha battuto un colpo. Con l'inedita alleanza tra sinistra pacifista e parti della destra. «Non capiamo perché sotto la scure non siano caduti anche i miliardi da spendere per gli aerei F-35», ha dichiarato Fabrizio Cicchitto, capogruppo alla Camera del Pdl. E Antonio Socci su Libero si chiede: «Siamo certi che questi infernali aviogetti sputabombe siano più importanti delle medicine e degli ospedali?».
Attendiamo, con urgenza, una risposta. Soprattutto dai cattolici in politica.
Rete Disarmo: l’etica non si svende. La coerenza della ditta pisana che ha rifiutato una commessa militare nobilita l’economia
L’economia solidale di Pisa: “Piccolo passo importante verso un’economia sostenibile”
Un'azienda del comparto fotovoltaico e termotecnico, la Morellato di Ghezzano (Pisa), nonostante la crisi economica che la attanaglia e parte dei suoi lavoratori in cassa integrazione decide di rifiutare una commessa militare offerta dalla Waas, azienda del gruppo Finmeccanica coinvolta nella produzione di armamenti, in particolare siluri.
E tutto questo dopo un sofferto percorso interno ed un confronto con OdES, l'Officina dell'Economia Solidale di Pisa (associazione che cura e facilita il consolidamento del Distretto di Economia Solidale del comprensorio),
Una scelta coraggiosa, che testimonia come una cooperazione virtuosa tra piccole imprese responsabili e il mondo dell'economia solidale può fare la differenza nella costruzione di una soocietà sostenibile e solidale.
Per Gianni Alioti, responsabile Ufficio Internazionale Fim-Cisl, "la scelta compiuta dalla Morellato Termotecnica e della Morellato Energia ha un valore straordinario. Dimostra che l'etica e la responsabilità sociale dell'impresa non sono solo strumentali al marketing e alla politica d'immagine. In un'epoca nella quale non si esce dalla crisi globale senza ripensare l'economia", continua Alioti, "la proprietà e i lavoratori della Morellato recuperano - per gli stessi sindacati - un approccio coerente ed efficace di politica industriale, che non si limita a discutere-decidere “come” e “dove” produrre (l'organizzazione del lavoro e la localizzazione dell'investimento), ma anche (e soprattutto) “cosa” e “per chi” produrre".
Riccardo Troisi della Città dell'Altra Economia (CAE) di Roma sottolinea un modo concreto per sostenere la decisione della Morellato, "il rifiuto a collaborare ad un'economia di guerra è un atto concreto di disobbedienza alle logiche dell’attuale modello economico, una scelta che assume anche una grande valenza simbolica per chi lavora nell’ l’economia solidale, ossia per chi sceglie un economia di pace; un segnale di coerenza ai valori condivisi di un economia alternativa che mette al centro le persone e l’ambiente prima del profitto e prima della concorrenza spietata. Dunque per valorizzare questo segnale e non relegarlo solo alla buona testimonianza" continua Troisi, "occorre far corrispondere con un iniziativa solidale di sostegno dal basso che premi la loro scelta, e questo deve esser l’impegno di tutta la società civile , ossia offrire a questa ed altre imprese che “scelgono” un economia di pace, un spazio di mercato capace di assicurargli continuità. Questo significherebbe davvero un cambio di paradigma per proporre ad altre imprese una conversione ecologica e solidale".
Secondo Giorgio Beretta, ricercatore della Rete Disarmo "in un periodo in cui la crisi economica rischia di far accettare qualsiasi commessa collegata al settore militare, la decisione della Morellato è di estrema importanza sia per il processo di condivisione e confronto interno alla ditta sia, soprattutto, perchè invita ad aprire un dibattito serio sulla cosiddetta "industria della Difesa" e sulla pervasività delle sue politiche industriali. Si tratta di un comparto che da anni, più che alle necessità della sicurezza e della difesa, mira ad ottenere il proprio ritorno economico utilizzando strategie commerciali sempre più aggressive: non a caso" continua Beretta, "le esportazioni di armamenti verso i "paesi alleati" della Nato e dell'Ue sono ormai marginali rispetto a quelle verso i paesi emergenti anche nelle zone di maggior tensione del pianeta (dal nord Africa al Medio Oriente, dalla penisola araba al sub-continente indiano) governati da regimi autoritari e dispotici. La decisione della Morellato non è quindi solo un'encomiabile scelta di natura etica, ma una precisa presa di posizione nei confronti di un'economia militare che sta sempre più avanzando, anche nel nostro paese".
Una scelta, quella della Morellato, che mette al centro la questione del disarmo, come spiega Francesco Vignarca, coordinatore Rete Disarmo, secondo il quale "l'etica non si può mettere al mercato, ma se i nostri decisori politici capissero che il disarmo è conveniente oltre che giusto non ci sarebbero queste situazioni. re-investendo infatti i grossi fondi gettati nelle spese militari in circuiti economici/ambientali virtuosi come quelli della "green economy" si riuscirebbero a garantire molti più ritorni occupazionali e tecnologici"
Secondo Massimo Ronchieri, dell'Officina dell'Economia Solidale di Pisa, "la scelta della ditta Morellato di Pisa è un'importante opportunità di riflessione per tutti noi. Sia su come alcune aziende, aldilà della necessità oggettiva, siano in grado di scegliere sulla base di un'etica anche se questo comporta decisioni sofferte e percorsi interni conflittuali, ma anche su quale ruolo può giocare l'economia solidale. A Pisa" racconta Ronchieri, " abbiamo appena lanciato il Patto del Distretto di Economia Solidale, al quale molti, tra qui la Morellato, hanno aderito, è a partire da questo che inizieremo un percorso di accompagnamento della ditta, perchè una scelta etica non rimanga fine a se stessa, ma possa essere un primo passo importante verso un'economia realmente solidale"
Roma, 19 luglio 2012
Comunicato della Rete Italiana per il Disarmo - In collaborazione con “Officina dell’Economia Solidale di Pisa”
Per contatti stampa
Rete Italiana per il Disarmo:
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– 328/3399267
Non è possibile approvare un sistema di questo genere mentre s'impongono agli italiani tanti sacrifici e mentre si taglia la spesa pubblica e la spesa sociale.
Per questo le Acli, assieme alle moltissime altre associazioni, sottoscrivono l'appello e chiedono al Parlamento di non approvare questa legge delega e di avviare una seria riforma dello strumento militare, rendendolo compatibile con le possibilità economiche del Paese nonchè coerente con una nuova idea di sicurezza e una nuova visione del ruolo dell'Italia in Europa e nel mondo.
Il responsabile del dipartimento Pace e stili di vita, Alfredo Cucciniello invita tutti, e in particolare coloro che già si sono impegnati nella campagna "Taglia le ali alle armi", a diffondere l'iniziativa e a promuovere l'adesione di associazioni, istitutuzioni e singoli cittadini.
Per maggiori informazioni e per sottoscrivere l'appello: www.perlapace.it.
Il Circolo Acli Giovanni XXXIII e Pax Christi punto pace Bologna organizzano l'incontro
IL BUSINESS DELLA GUERRA, LE STRADE DELLA PACE
riflessioni sulle guerre in corso, sul mercato delle armi e sulle alternative di pace nel tempo della crisi.
Interverrà:
don Renato Sacco, Membro Commissione Giustizia e Pace della Diocesi di Novara; Consigliere nazionale di Pax Christi; Parroco a Cesara (Verbania), don Renato abita a Cameri, sede di una base dell’Aeronautica. Nel piccolo centro del novarese sarà costruito il centro di assemblaggio e manutenzione dei nuovi cacciabombardieri F35
L'incontro si tiene venerdì 15 giugno alle ore 20,45 presso l'Auditorium del Villaggio del Fanciullo (Via Scipione Dal Ferro 4 – Bologna)
"La corsa agli armamenti anche quando è dettata da una preoccupazione di legittima difesa ... costituisce in realtà un furto, perché i capitali astronomici destinati alla fabbricazione e alle scorte delle armi costituiscono una vera distorsione dei fondi da parte dei gerenti delle grandi nazioni e dei blocchi meglio favoriti. La contraddizione manifesta fra lo spreco della sovrapproduzione delle attrezzature militari e la somma dei bisogni vitali non soddisfatti (paesi in via di sviluppo, emarginati e poveri delle società abbienti) costituisce una aggressione verso quelli che ne sono vittime. Aggressione che si fa crimine: gli armamenti, anche se non messi in opera, con il loro alto costo uccidono i poveri, facendoli morire di fame .
(Pontificio Commissione Justitia et Pax, "La Santa Sede e il disarmo generale", 1976)
In occasione della Festa della Repubblica, la Tavola della pace lancia una grande raccolta firme per chiedere lavoro e non bombe. Flavio Lotti: Il Ministero della difesa organizza le parate ma pretende di farsi pagare i servizi di protezione civile.
Tutti i cittadini sono invitati a firmare la petizione sul sito www.perlapace.it oppure su www.facebook.com/LavoroNonBombe.
All’indomani delle polemiche sulla Parata militare del 2 giugno, Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace commenta la decisione del Presidente della Repubblica e lancia una nuova campagna con lo slogan ”Lavoro, non bombe”.
Rispettiamo la volontà del Presidente della Repubblica ma ci permettiamo di osservare che:
1. se deve essere una parata sobria è necessario che i militari rivedano il programma e riducano le spese. I dati diffusi dal Ministero della Difesa si riferiscono alla Parata programmata prima del terremoto. Ora quel programma va rivisto altrimenti è solo l’ennesima presa in giro. C’è un modo concreto per farlo: lasciare in caserma tutti i carri armati e i mezzi militari; ridurre significativamente il numero dei militari che dovranno sfilare ai quali, peraltro, è stata negata anche la diaria (come a dire che quando si deve tagliare qualche spesa si comincia sempre dalle persone);
2. nessuno sa quale sia il costo reale di questa Parata. Ufficialmente il Ministero della Difesa, che si è affrettato a dire che i soldi della Parata sono già stati quasi tutti spesi, parla di una stima che va da 2,6 a 2,9 milioni di euro. Perché si parla di stima e non di costo reale? L’anno scorso il Ministro La Russa rispondendo ad una interrogazione parlamentare aveva indicato un costo di 3 milioni di euro. In realtà la spesa nel 2011 è stata di ben 4,398 milioni. Quale sarà il costo finale di quest’anno? Perché il Parlamento non chiede il rendiconto dettagliato delle spese?
3. pochi sanno che il tema della Parata 2012 è “Le Forze Armate, al servizio del Paese”. Ma se le Forze Armate sono al servizio del Paese perché pretendono di farsi pagare ogni servizio di protezione civile? E’ già successo all’inizio dell’anno per l’emergenza neve quando l’esercito chiamato dai sindaci a collaborare ha risposto: “se volete il nostro aiuto dovete pagare”. Questa assurda pretesa rischia di diventare la regola se verrà approvato il disegno di legge delega per la revisione dello strumento militare presentato in Parlamento dal ministro della Difesa Giampaolo Di Paola. La norma è contenuta nell’articolo
4. A che ci serve spendere più di 23 miliardi di euro per mantenere in vita un apparato elefantiaco di 190.000 uomini che quando devono portare soccorso alla popolazione pretendono di essere pagati
Non serve invocare le ragioni nobili della pace per riconoscere che c’è bisogno di cambiare rotta. Ieri il terremoto ci ha dato un altro terribile scossone. E’ tempo di rivedere il modo in cui spendiamo i nostri soldi. Non c’è solo la parata militare. Il problema è più vasto. E’ un problema politico, culturale, economico e militare che non potrà essere risolto senza una vasta mobilitazione dei cittadini.
Per questo la Tavola della pace lancia un appello intitolato “Lavoro non bombe” “Quello che vogliamo è il lavoro, non le bombe. Il lavoro ci da la vita, le bombe ce la tolgono. Il lavoro crea sicurezza, le bombe la distruggono. Vogliamo che i nostri soldi siano spesi per creare dignità e lavoro, non per comprare altre bombe. Senza lavoro non c’è pace né giustizia. Milioni di persone in Italia non hanno un lavoro dignitoso. Milioni di persone nel mondo vivono nella miseria sotto l’incubo delle bombe. Bisogna cambiare strada. Tagliare le spese militari per liberare risorse, investire sui giovani, sul lavoro e lo stato sociale. Questo chiediamo alla politica e alle istituzioni. Per ritrovare un po’ di pace, per uscire dalla crisi insieme, più liberi ed eguali.”
Mentre la crisi economica e finanziaria continua a colpire i giovani e a mettere in ginocchio tantissime famiglie, l’Italia continua a spendere decine di miliardi di euro per comprare armi, fare la guerra in Afghanistan e mantenere in vita un faraonico apparato militare. Anche quest’anno saranno più di 23 miliardi di euro. Nonostante la forte pressione suscitata dalla mobilitazione contro l’acquisto dei cacciabombardieri F35, il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha presentato in Parlamento un pericoloso disegno di legge delega per la revisione delle Forze armate che comporta un chiaro aumento della spesa pubblica e della spesa militare. Conferma l’acquisto di 90 cacciabombardieri F35 (10 miliardi per l’acquisto e 30-40 miliardi per la loro gestione e manutenzione) e disegna una riforma che costerà centinaia di miliardi di euro. Contro questa assurda pretesa è necessario che i cittadini, tanti cittadini, riprendano la parola e dicano chiaro e forte: “Quello che vogliamo è il lavoro, non le bombe!”
Flavio Lotti, Coordinatore nazionale della Tavola della pace
Perugia, 30 maggio 2012
«Quello che vogliamo è il lavoro, non le bombe. Il lavoro ci dà la vita, le bombe ce la tolgono. Il lavoro crea sicurezza, le bombe la distruggono. Vogliamo che i nostri soldi siano spesi per creare dignità e lavoro, non per comprare altre bombe».
Così inizia l’appello lanciato dalla Tavola della pace, dal titolo “Lavoro non bombe”. «Senza lavoro non c’è pace né giustizia», continua la petizione. «Milioni di persone in Italia non hanno un lavoro dignitoso. Milioni di persone nel mondo vivono nella miseria sotto l’incubo delle bombe. Bisogna cambiare strada. Tagliare le spese militari per liberare risorse, investire sui giovani, sul lavoro e lo stato sociale. Questo chiediamo alla politica e alle istituzioni. Per ritrovare un po’ di pace, per uscire dalla crisi insieme, più liberi ed eguali».
L’iniziativa della Tavola della Pace intende così dare seguito alle polemiche suscitate dalla decisione del Presidente Napolitano di confermare la parata militare prevista in occasione della Festa della Repubblica del 2 giugno, nonostante l’emergenza-terremoto.
«Rispettiamo la volontà del Presidente della Repubblica», dice Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della Pace, «ma ci permettiamo di sollevare alcune osservazioni. La prima. Se deve essere una parata sobria è necessario che i militari rivedano il programma e riducano le spese. I dati diffusi dal Ministero della Difesa si riferiscono alla Parata programmata prima del terremoto. Ora quel programma va rivisto. Ad esempio lasciando in caserma tutti i carri armati e i mezzi militari e riducendo in modo significativo il numero dei militari che dovranno sfilare».
La Tavola della Pace chiede all’opinione pubblica di mobilitarsi, perché la questione va ben oltre la parata del 2 giugno.
Da qui l’iniziativa della petizione: «Mentre la crisi economica e finanziaria continua a colpire i giovani e a mettere in ginocchio tantissime famiglie», conclude Flavio Lotti, «l’Italia continua a spendere decine di miliardi di euro per comprare armi, fare la guerra in Afghanistan e mantenere in vita un faraonico apparato militare. Nonostante la forte pressione suscitata dalla mobilitazione contro l’acquisto dei cacciabombardieri F35, il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha confermato l’acquisto di 90 di questi velivoli e disegna una riforma che costerà centinaia di miliardi di euro. Riprendiamoci la parola e diciamo chiaro e forte: “Quello che vogliamo è il lavoro, non le bombe!”»
La petizione si trova al sito www.perlapace.it, oppure su www.facebook.com/LavoroNonBombe